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Fermiamo le paure

 

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To:  amministratori locali e nazionali

Fermiamo le paure

La xenofobia è stata purtroppo una componente antropologicamente atavica nella natura sociale di ogni contesto circoscritto, ma in seguito all’immensa e solo umana tragedia della Shoah e l’aberrazione di questa da parte di tutta la comunità civile Occidentale sembrava ormai essere stata relegata al ruolo di pagina nera della storia Europea, un errore coperto ormai da centinaia di pagine bianche, di dichiarazioni di diritti, di proclami di uguaglianza.
Capita tuttavia che ogni qualvolta la nostra avanzata società civile si trovi in difficoltà, la paura prenda il comando della situazione e l’Uomo presupposto di aver superato quell’antico stato di minorità, torni con eccessiva naturalezza (e, anche se non in questa sede, sarebbe interessante stabilire se e quanto incosciamnete) a revisionare in qualche modo quella nera pagina.
Sembra così che l’ “essere inautentico” di fronte alle proprie paure senta bisogno di trovare una qualche consolazione riferendosi ad antichi “rimedi” che la storia umana aveva trovato per fronteggiarle, per arginarle. Il risultato è sempre stato un buio incubo di violenza capace di lenire ma sostanzialmente incapace di sconfiggere le paure. Una sorta di dose per il tossicodipendente, mai sufficiente: sempre più forte, sempre di più! Al risveglio dall’overdose un fortissimo rimorso, un pubblico battersi il petto seguito da proclami che non sarebbe successo mai più! ma la droga, la facile via di fuga nell’odio razziale, aveva ormai fondato i suoi artigli nella natura umana. La terapia di disintossicazione in ognuno di questi casi è stata purtoppo quasi esclusivamente epidermica: dopo che le costituzioni di tutti i paesi garantivano formalmente il rispetto delle diversità quale principio fondante, non si è proceduto all’accertamento all’interno dela comunità: se questa avesse totalmente assorbito questo nuovo assetto; così si è considerato assodato qualcosa che ancora era solo appena nato. Confidando nella temporanea stabilità contestuale ci si è illusi che il nuovo sistema sarebbe durato anche quando la nave si fosse trovata al largo fra i marosi. Ma è bastato grattare superficialmente su questa flebile crosta per svelare di quanta bestialità fosse intrisa ancora la natura umana.
Quando nei bar si comincia a sentire che la gente comune esprime con naturalezza commenti intolleranti nei confronti delle minoranze e che l’uditorio non insorge indignato, è allora che dovremmo cominciare ad allarmarci: “ Non sono le urla dei violenti che mi spaventano, ma il silenzio delle persone oneste” (M.L.King)
Probabilmente qualcuno ha bisogno di sentirsi ripetere le cose innumervoli volte per convincersene; se l’odio razzista è così radicato forse la colpa va ricercata in quel substrat di cultura popolare tipico delle nostre nonne che infinite volte ci hanno intimorito con “l’uomo nero”; allora se è questo il mezzo, ripetiamocelo mille volte: la xenofobia anche silenziosa è un crimine contro l’Uomo.
Siamo convinti che l’uomo raggiunga il più alto grado quando è capace di interpretare la realtà e che il relativismo volto alla molteplicità di prospettive e all’apertura ideologica sia l’unica strada auspicabile per il futuro.
Ricordiamo che tutti i movimenti innovativi, che adesso consideriamo tradizione, sono stati accolti da iniziali diffidenze e paure, che in seguito sono state sciolte dalla loro propria intacciabile, intrinseca grandezza. Un principio che riteniamo essenziale, quello di democrazia, ai suoi albori ha avuto non poche difficoltà ad affermarsi. In quanti lo avevano considerato un apertura agli inetti delle strade del potere? Il simbolo più chiaro dell’imbarbarimento dei tempi? Eppure è divenuta normalità, un assunto! Così deve essere per tutto. Parafrasando Kandinskij che nell’ Introduzione del suo saggio: “ Dello spirituale nell’arte” analizza l’evoluzione del gusto estetico potremmo chiederci: Si dovrebbe rispondere che è possibile!
Solo se conosciamo e ricordiamo possiamo vincere; il rifugio nelle paure ancestrali per il diverso appartiene ormai ad una cultura che dobbiamo considerare rozza ma soprattutto superata. Il progresso civile è nato sempre dal dialogo con l’ “altro”. L’Omo-filia quale comunità di solo-simili ha generato etero-fobia, l’etero-filia forse genererà omofobia come rifiuto naturale del pensiero unico, dell’incontaminabile e quindi sterile contesto sociale circoscritto.
Il nostro motto è: si può cambiare idea! Questa è l’unica via per essere coerenti. Vedere nello straniero il pericolo oltre che anti-democratico è soprattutto anti-sociale. È nel riconoscere ed accettare la diversità, non nel proclamare l’uguaglianza che si stabiliscono le solide basi della tolleranza.
Per questo gli episodi di Napoli degli ultimi giorni, così come ogni manifestazione passata e futura di xenofobia non è solo anti-storica ed anti-culturale ma anti-umana, cioè appartenente ad uno stato di primitività.
Viviamo in una società nella quale ogni individuo è innocente fino a prova contraria, (non ci sogneremmo mai di confutare questo principio), e nella quale la responsabilità oggettiva delle azioni è ascrivibile solo al soggetto singolo, alla sua personale decisione.
Se trasferiamo le colpe, o peggio ancora, le presunte responsabilità individuali ad una comunità etnica e soprattutto culturale commettiamo una delle più grandi ingiustizie non solo nei confronti dell’Umanita ma anche della nostra cultura e della scienza. Le etno-fobie non hanno niente di razionale, niente che sia in alcun modo giustificabile.
Mi permetto pertanto di aggiungere una lieve critica ai mezzi d’informazione che dovrebbero, proprio per la loro immedata fruibilità , agire da linea guida, da braccio e scudo della molteplicità: se la stampa si proclama paradigma del diritto di espressione dovrà anche ergersi a tutela di ogni differenza, di ogni minoranza e non accodarsi alla dinamica del “si fa, si dice”. L’analisi antropologica e sociologica della problematica xenofoba dovrà essere una fase successiva alla condanna continua ed esclusiva di tali atteggiamenti. Tale riflessione non voglia sembrare superficiale, siamo tutti consapevoli del peso che l’inconscio e le sue paure e nevrosi collettive svolgono su di un contesto in difficoltà, ma questo passo può essere solo fatto in seguito ad una totale presa coscienza dei pericoli che una svolta intollerante della società comporterebbe a livello civile. Si pensava di aver ormai superato questa fase: che non ci fosse più bisogno di ripetere tali concetti: ci sbagliavamo. Se la tolleranza non diventa un “humus” collettivo, un articolo fondante della comunità più che della Costituzione, l’analisi antropologica rischia di essere inutile e, seppur non consciamente, dannosa, per l’aura di giustificazionismo che alcuni disattenti lettori potrebbero assegnarle.
Se parte della comunità è sorda anche a questo slancio civile pensi almeno allo stato attuale delle economie nazionali e mondiali. In paesi come l’Italia e probabilmente nel resto del mondo occidentale, lo zoccolo duro della manodopera in ogni settore è affidata alla forza lavoro dei “tanto temuti” immigrati, e non ci potremmo permettere questo stato di benessere se questi lavoratori fossero re-impatriati. Nessuno manderebbe il proprio figlio a raccogliere pomodori per dodici ore al giorno con una paga di pochi euro l’ora, o la propria figlia davanti ad un telaio meccanico a confezionare pantaloni in condizioni di semi schiavitù. Se non avete la tensione umanitaria pensate quanto meno al profitto! Se il costo della vita a questi standard ci sembra elevato a queste condizioni particolarmente inique, pensiamo per un attimo quanto aumenterebbe e a quante rinunce saremmo obbligati se decidessimo di privarci di questo prezioso sostegno: tutto questo è tristemente utilitaristico ma alla fine funzionale: non ci aspettiamo che le masse siano filosofe, ma tolleranti sicuramente!
In un mondo di super-uomini,ovvero di esseri che hanno superato il dato biologico per porsi domande e darsi risposte, che non accettano niente di calato dall’alto ma che ad ogni evento devono dare un’interpretazione per costruire il proprio codice deontologico, la propria etica, la molteplicità dell’apertura tollerante deve essere assunta a sostanza comune e precedente ad ogni successivo passaggio; solo chi è pronto a cambiare idea può propriamente giudicarsi evoluto. Chi resta chiuso nei propri pregiudizi e nelle proprie paure non fa altro che rivolgersi al passato, all’errore, rimanendo intrappolato nella propria bestialità. L’uomo ha superato l’animale perché con la società ha arginato la legge che domina in natura, quella del più forte. Ma cosa è la società se non apertura al diverso, ad accettazione nella propria cerchia di individui estranei: è in questa elasticità di forme che si è sviluppato il progresso, più propriamente superata la natura.
Cedere alle paure con la violenza o peggio ancora con il silenzio, rivolgendo sulle minoranze e le diversità il nostro odio è il primo passo per la regressione dell’Uomo allo stato di natura, questo vorrebbe significare la vanità di 2000 anni di storia della civiltà, che tutto: le costituzione, le dichiarazioni dei diritti, gli ideali dell’Illuminismo, ciò insomma che ha reso l’uomo molto più di un animale, sarebbe stato inutile: a questa prospettiva NOI DICIAMO NO!

Firenze, 15 Maggio 2008

Andrea Donato

Sincerely,

The Undersigned

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